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E’ passato più di un anno da quella prima volta in cui mi avvicinai nel dietro le quinte del mondo del calcio.

Fino a quel momento avevo vissuto l’argomento con un certo distacco, perché non riuscendo a capirci un granché di schemi di gioco, fuorigioco e rimesse laterali, mi limitavo a far compagnia durante quei 90 minuti di gioco, cercando scherzosi spunti di lifestyle e di carattere sociologico su quei ragazzi alla ricerca del proprio goal.

Nonostante questa mia non attitudine, ho sempre amato andare allo stadio, moderatamente s’intende, trasformando queste richieste in opportunità per visitare la città della squadra ospitante o di qualche museo e mostra d’arte se la squadra giocava in casa.

Con lo scorrere degli anni, mi capitava di sentire notizie di cronaca sportive che sembravano arrivare dritte dritte dal fronte di guerra, mentre io ne avevo un’esperienza personale completamente diversa.

Nei miei occhi c’erano scene diverse quelle di intere famiglie, generazioni a confronto, perfette per uno shooting fotografico, che si incontravano e si raccontavano davanti a quella grande arena. In campo un tifo sentito, un calore palpabile al di là della sconfitta o della vittoria. Sfottò di rito ma che si concludevano spesso, a fine partita con giri di birra e scambi di sciarpe tra tifoserie. E poi c’è lei. La storia di una squadra, di un’emozione, di un orgoglio che viene passata da padre in figlio. Una storia pesante che è diventata museo, film, narrativa e chi più ne ha più ne metta.

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Così dopo aver respirato per tanti anni questa atmosfera, visto queste immagini e vissuto queste sensazioni, un giorno di quella che doveva essere una partita della squadra Primavera, decisi di capirci qualcosa in più. Solo lui avrebbe potuto illuminarmi su quello che significa educare, far crescere attraverso il sentirsi ed essere squadra. Costui era, ed è Moreno Longo. L’allenatore.

Da quell’intervista è passato più di un anno, vari vicissitudini sportive e un mondiale di calcio.

L’arrivo a Bormio è dei più belli, con un soleggiato venerdì. Il tempo di un veloce check in presso i Bagni Vecchi, recuperate le informazioni tecniche da parte di un concierge ai massimi livelli e via dritti verso lo stadio.

L’accoglienza del management è delle più calorose. Finalmente ci si incontra e ci si racconta. Gli allenamenti sono a porte chiuse. Poco male per me, che ho tempo di capire qualcosa.

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Scopro così che questi ragazzi crescono veramente in fretta, tra aspettative e pressioni sportive, bruciano le tappe della vita diventando molto presto dei giovani uomini. Qui la società sportiva e il coach possono fare la differenza. E il Torino con Ventura lo è. Uomo amato e ammirato, non solo come professionista ma anche come persona capace non solo di insegnare schemi e tattiche di gioco ma anche di sviluppare pensiero e capacità critica. Di costruire persone, di far squadra.

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Parole che suonano per me come musica. Un ambiente non facile, molto più complesso di quello che appare dall’esterno, dal rapporto con i media a quello con i tifosi. Qui c’è tuttavia sempre un’aria di una grande famiglia allargata. Lo capisci quando ti raccontano dell’importanza del rispetto delle regole, dell’affetto incondizionato verso il magazziniere Tony e di come si diano a questi ragazzi anche le opportunità di essere dei professionisti completi, dando modo a turno durante il ritiro, di rilasciare interviste.

Sono le 18.30 circa e l’allenamento è finito, le porte si aprono mentre già ad attendere questi idoli ci sono alcuni fans. Con estremo garbo si concedono e si prendono il tempo per farsi fotografare, firmare alcuni autografi e scambiare un sorriso. Sorrido anch’io perchè così dovrebbe essere. Nessuna mania di grandezza, ma condivisione gioiosa tra chi ti segue e ti vuole bene, comunque vada.

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Penso che anche per noi sia tempo di andare, ma come se fosse Natale c’è una sorpresa per me, per un’intervista che sembra pensata apposta per me. Niente formalismi, solo cuore, come il vecchio cuore granata come cantano i tifosi dalla curva. Mi si dà l’opportunità di intervistare Alessandro Gazzi, accompagnandolo a piedi dal centro sportivo all’ ingresso dell’hotel.

Inizia così la passeggiata granata. Alessandro conferma lo spirito e la passione verso questo suo lavoro, raccontandomi quanto non si tiri mai indietro quando c’è da rimboccarsi le maniche stando in campo. L’ammirazione e la stima verso il suo allenatore, che credendo in lui non solo l’ha fatto crescere durante gli anni nel Bari, ma lo ha aiutato ad affermarsi giorno dopo giorno negli ultimi tre anni stando al Toro.

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Bello chiacchierare con un ragazzo, che con tutta la semplicità ti dice “sta ad ognuno di noi decidere se fare il fenomeno. Io scelgo la strada della tranquillità. Il lavoro, la famiglia e i miei tre bambini”. Lo sguardo timido di questo ragazzo bellunese, si illumina quando chiedo come si trova nella città di Torino. Adora questa città, il suo appartamento in centro e il calore dei tifosi. Niente esasperazioni, una vita tranquilla con qualche richiesta di autografo e foto qui e là.

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Nel mentre stiamo per arrivare in hotel, non voglio prendermi oltre il tempo consentito. Alle 19.30 i ragazzi dovranno cenare, rispettando il rigido menù del nutrizionista. Poco goloso ma molto sano! Così mi gioco l’ultima domanda, che vista l’ora è perfetta. Alessandro cosa ti manca di più, parlando di food della città di Bari? Gli occhi si illuminano, sembra quasi di vedere le immagini dei suoi ricordi e mi risponde :- le gran scorpacciate di pesce!

Rimane il tempo di due foto ricordo e i saluti. In bocca al lupo Alessandro a te e a tutti i tuoi compagni, affinchè continuiate a farci credere e vivere un calcio fatto di competenze, passione e semplice solarità.

Share & enjoy,

Barbara

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