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Si può creare un’opera d’arte, lavorare con impegno per ore e ore, in posizione scomoda e sporcandosi da capo a piedi, sapendo che sarà un (capo)-lavoro a termine? Che avrà cioè una scadenza, essendo consapevoli che gli agenti naturali, o umani, presto la renderanno invisibile?

Evidentemente sì, è possibile. Basta guardarsi attorno quando camminiamo in città, in qualsiasi città. Magari non nel centro storico, solitamente salotto ben tenuto e sorvegliato, ma nei quartieri meno in voga, meno cool, quelli dove gli abitanti vivono, lavorano, si incastrano per ore nel traffico.

Sto parlando del mondo del Writing, dei Graffiti, dei murales. Le opere di questi artisti sono essenzialmente effimere, e la loro transitorietà è data certamente dalla precarietà dei materiali utilizzati, ma anche dalle cancellature, la più diffusa forma di punizione per l’infrazione.

Ma non ovunque i graffiti sono in una condizione di esistenza precaria. In alcuni luoghi possono rappresentare un’alternativa fruizione dell’arte da parte del visitatore.

A BRUXELLES ad esempio abbiamo murales di forte impatto cromatico che vivono della forza dei contrasti e mostrano l’esistenza di due anime della città, quella classica e quella “ribelle”, sia per il disegno in sé sia per quello che rappresenta.

In questo caso non siamo comunque di fronte ad arte notturna, sotterranea, da vagone della metropolitana, proibita e sgradita dal tessuto urbano classico. Ci troviamo davanti a dipinti che celebrano la Bruxelles dei fumetti, la città di Tin Tin e dei Puffi. In effetti, più che graffiti, sono gigantesche vignette che, giocando con l’ambiente urbano, creano divertenti illusioni ottiche.

Diversa situazione, ma uguale possibilità di fruizione abbiamo a BELFAST o a BERLINO. Senza entrare nelle questioni politiche delle due città, possiamo ammirare disegni ironici, spaventati, ammonitori, di protesta.

Guanti rossi vicino a mitra e pistole, militari incappucciati, promesse di non dimenticare anni di battaglie e di vite sacrificate nella città britannica (anzi, nord-irlandese!).

Messaggi politico-pacifisti o inquietanti richieste di liberazione nelle immagini del mauer berlinese.

Artisti anonimi, mani e bombolette che hanno agito mosse da un’idea di fondo che le accomuna, quella di volersi esprimere in libertà, di voler lasciare un segno su metropoli spesso troppo grigie e conformiste. E quindi, lunga vita ai freedom fighters, citando un murales di Belfast!

davidetiezzi@yahoo.it

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